
Arrivo con qualche minuto di ritardo. In realtà, quando mi sono preparato per uscire pensavo di farlo per andare ad ascoltare Vinicio Capossella. Questo perché leggo i messaggi troppo in fretta (a volte nemmeno li leggo) e dunque ho confuso l’appuntamento delle 18.30 con quello delle 21.
Mi fa dunque un certo effetto appena arrivo trovare Salvatore Niffoi che presenta il suo nuovo romanzo Collodoro. La sala che ospiterà la logorrea dell’ormai arcinoto scrittore di voga sardo è abbastanza gremita. Tanto gremita e calda, che di lì a poco una signora in prima fila viene giù per un malore.
“Vedi l’effetto che fa Niffoi” mi sussura all’orecchio un mio amico maligno.
Mi sarebbe piaciuto davvero che fosse solo una battuta.
Invece è vero che Niffoi fa davvero un effetto da capogiro.
Ma non nel senso di un innamoramento.
Nel giro di pochi istanti, mentre le signora di una certa età giaceva ancora al suolo, il nostro scrittore di voga sardissimo (anzi barbaricinissimo) inanella una serie di quelle che il mio amico più caustico non esiterebbe a definire “bordate contro la crocerossa”.
Ne dice tante, grosse, tutte di fila, e io – abbiate pazienza – me le ricordo così un pò confusa-mente, alla rinfusa, rintro-nato.
Che la Costa Smeralda è un posto fatto per le “Veline che non sanno dove finire di fare le puttane”.
Che l’Unione Sarda va avanti “a massoneria e cemento armato”.
Che chi è stato a Forte Village non è stato in Sardegna.
Che i barbaricini sono abituati da millenni a riciclare tutto, a non sprecare nulla.
Che la Sardegna è stata dominata per Cinquecento anni dagli “Spagnoli”.
Che la Sardegna ai “Piemontesi non gliela diamo più”.
Peggio del previsto, sentenziava il mio amico vicino a me con un sorriso a forma di leppa.
Peggio, perchè la sua logorrea non perde nemmeno un soffio della leziosità della sua scrittura, nemmeno un grammo in meno di tutta quella sua enfasi immaginifica. E nemmeno le sue metafore più ridanciane riescono a celare la sua terribile incapacità di non prendersi sul serio.
Anzi, è quasi mistica la sua convinzione di dovere improrogabilmente assolvere alla funzione di vate della sardità, di coltivatore diretto delle radici, di difensore civico-civile delle moralità dominanti (in Sardegna).
E’ quasi dannunziana la sua foga retorica e, tra le sue mani, la Sardegna sembra divenire una novella Fiume, la quale, com’è noto, non chiese mai a D’Annunzio di essere salvata.
Se la prende con tutto e tutti, anche con l’Italiano (“io non do il culo all’Italiano”) che è troppo contaminato, troppo zeppo di parole estranee, straniere (lui stesso però usa una paio di volte il termine “imprinting“)
Io una volta per il mio dottorato, ho seguito un bellissimo seminario di Filippo La Porta, il quale ci parlava in un caldo pomeriggio di questa Roma delle meraviglie e dei furori.
Parlando del Verano, lo definì un luogo di congedi: un’immagine bellissima per raccontare un tratto sfuggente di questa città nel quale si intrecciano, quasi timidamente, una stazione ferroviaria e un cimitero.
Parlando della lingua, disse del valore del suo essere sporca, frammischiata, bastarda, negletta, bistrattata, bassifondata: quella è una lingua viva, una lingua che raccoglie il contributo di tutti, anche degli ultimi, dei periferici, dei dimenticati alla civiltà di e dei popoli, civiltà di cui la lingua è il monumento aereo più identificante e duraturo.
Davanti a questo insegnamento – che mi porto dietro sempre – i discorsi di Niffoi che affiancano le categorie di “giusto” e “sbagliato” alla lingua mi sono sembrate di una rozzezza intellettuale molto rara, e di un meccanicismo ideologico tipico dei regimi autoritari e paternalistici.
Ma Niffoi è un carro-armato lanciato contro tutto e tutti. La sua provocazione va avanti e non risparmia nessuno.
La punta polemica diventa se possibile più acuminata quando si rivolge contro la nouvelle vogue sarda.
Niffoi, c’era da aspettarselo, dice di esserne stato il “cattivo maestro”: non basta – dice – mettersi un orecchino e davanti al computer per potersi dire scrittori, per potere parlare della Sardegna.
Ogni riferimento a Flavio Soriga non è assolutamente casuale.
Eppure, signori lettori e dolcissime signorine, io la Sardegna di Flavio Soriga (quella raccontata nel suo Sardinia Blues – che titolo infelice, però) la conosco. La conosco perchè l’ho vissuta, è mia. Mi sento un pezzo pulsante e calciante di quella Sardegna contaminata, sporca, che mette il velluto e però suona canzoni di rock’n’roll.
Mi sento parte di quella Sardegna dei Campidani e delle città che è Sardegna almeno quanto la tanto decantata Barbagia da Niffoi.
Chi non è sardo non può capire (fino in fondo) quello che voglio dire.
E cioè che Niffoi è un pacco gigantesco.
Perchè la Sardegna che lui racconta non esiste. E’ un mito, come la Padania, come la Vittoria Mutilata che ha dato aria alle bocche del fascimo in Italia.
La sua retorica sull’identità è una roba talmente vecchia da sembrare nuova. E dietro l’esaltazione identitaria e nazionalista di Niffoi, dietro il suo rifiuto della Sardegna raccontata da Soriga, c’è il rifiuto e la negazione dell’altra Sardegna, di quella Sardegna nata e fatta di un sapere contadino che si è armonizzato o distinto al/dal “moderno” secondo dinamiche differenti e complementari a quelle barbaricine.
Quella Sardegna che è anche mondo urbano, vivo, aperto, corrotto, umano, sporco, che si manifesta nelle splendide archittetture volanti di Cagliari, o dentro il liquido svenimento che regala la fiera antichità di Oristano.
Dietro il rifuto di questa Sardegna, che conta tanto ma con meno arroganza e boriosità di certa barbaricina, si nasconde l’antico e stupido pregiudizio che una parte dei sardi ha coltivato verso la stragrande maggioranza degli altri: contro tutti coloro che non vivono in Barbagia.
Un pregiudizio che, come tutti, nasce dalla debolezza, dal non confronto, dall’adesione acritica a dei miti ideologici costruiti ad arte.
Quando Niffoi va alle Invasioni barbariche e dice che la vera Sardegna è la Barbagia, ripete sostanzialmente quel “gli altri sardi non contano” che scrisse ne “Il giorno del giudizio” Salvatore Satta.
Ma questo non diminuisce il tasso di infamia di quella affermazione. Nemmeno di un pò.
Mi rimane un cruccio: che non ho fatto le domande che avrei voluto allo scrittore in super-voga sardissimo.
Ma come diavolo facevo a dire tutte queste cose? E sarei stato comunque male a non potergliele dire tutte.
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scritto ascoltando “burden in my hand” di Soundgarden (pezzo notoriamente identitario).
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8 Commenti
Aprile 25, 2008 alle 7:14 am
Ciao caro, leggo il tuo post e finalmente trovo uno sguardo lucido su questo millantato scrittore che per me è un triste guerrieroditerracotta. Consiglio letterario: se non è già passato nelle tue mani suggerisco la lettura di “Cartas de logu.Scrittori sardi allo specchio”, edizioni Fuori Margine. Un bacio
Flo
Aprile 25, 2008 alle 10:08 am
ciao FLora, grazie di essere passata. Ma perchè invece non posti tu una recensione su Subarralliccu sul volume che mi consigli? io non l’ho ancora letto, eppoi abbiamo un bisogno corrosivo di parlare pubblicamente di queste cose, non trovi? Dai tira fuori tempo, voglia e parole.
Grazie di avere lasciato un graffio…
a presto
Aprile 26, 2008 alle 9:41 am
proprio ieri sera ho strappato la carcioffa dalle grinfie di un barbaricino, che millantava l’universo puro della razza barbaricina, o forse ho salvato quel deficente dalle grinfie della carcioffa???
BASTA!!! ne abbiamo le scatole piene di questa gente che si crede superiore a tutti gli altri sardi.
Aprile 26, 2008 alle 9:59 am
cioa jemp.proprio ieri alla fine del concerto in onore della liberazione ( che,come al solito,era una sfilata di punkettoni che si riembivano la bocca di parole ome libertà,antifascismo,comunismo ,anarkia (con la “k”) ma che in realtà erano in p.zza del carmine soltanto per mettere in mostra la loro nuova ,variegata cresta e cercare pivelle) avevo un discorso di questo tipo con la tua dolce metà.La quale era furiosa per un discorso intrapreso mezz’ora prima ,circa, con un barbaricino che portava avanti le posizioni del tuo amato Niffoi…(che si possono riassumere nel detto “la sardegna finisce ad abbasanta..ma anche no.. perchè buona parte della sardegna che sta sopra abbasanta ,vedi costa smeralda,non è sardegna..ergo la sardegna è solo la barbagia”)..l’unica cosa che mi viene da dire in questo momento è :chi sostiene queste cose non conosce veramente la sardegna e non merita neanche che gli altri perdano del tempo ad ascoltarlo.la sardegna è troppo complessa per essere capita da certe persone..occhio però a non cadere nello stesso errore.per quanto riguarda NIffoi…ho letto un pò di tempo fa “la leggenda di Redenta Tiria” e non sono riuscito a finirlo.(non ricordo di aver mai lasciato un libro a metà oltre quello).
Aprile 26, 2008 alle 10:20 am
ciao ragazzi, io credo che l’essere cresciuti (insieme) in un contesto “contaminato” abbia contribuito a farci considerare quella complessità della Sardegna di cui parla Simon e di cui parliamo spesso anche con Frigor, e che sostiene da sempre anche la mia moglie combattiva.
Rimane il fatto che esiste una componente molto importante di ragazzi sardi che continua a trincerarsi dietro questi miti ideologici, rinfrancato in questo dalla retorica demagogica di alcuni scrittori sprovveduti.
Sprovveduti perchè danno aria ad un riflesso mentale antico, che tende a spostare le fonte dei “nostri” problemi verso l’esterno, visto sempre e solo in modo ostile, come un nemico.
Si deve parlare di queste cose, per combatterle: nel conflitto (di idee) si recupera il senso civile di un’appartenenza più libera, e anche finalmente condivisa.
Che ora non c’è.
Non ci sarà mai finchè vivremo in questo clima di discriminazioni incrociate, alla ricerca di purezze dal vago sapore nazista.
Aprile 26, 2008 alle 10:20 am
frigor, hai salvato il tizio da lei… ahahahahahah
Aprile 26, 2008 alle 7:42 pm
Non mi dire? E’ riuscito a riempire di parole che odorano di muffa anche quei bei salotti romani che io ricordo con amore poetico. E non hai intrapreso la tua rivoluzione!??? Voglio scoprire chi era il tuo accompagnatore. Non ti conosceva abbastanza per istigarti a dargli fuoco? Io amo la mia terra di mille colori, tutti quei modi di fare, di scrivere, di danzare, di cuocere le carni, il sapore denso e pieno del vino rosso, così diverso tra Arzana e Alghero, l’aceto della cantina di mio nonno, l’olio di Vallermosa, i tappeti di Nule e Isili, le ceste di Flussio, i gioelli di Dorgali….nessuno mai può pensarla divisa, valorizzarne un cantuccio con la convinzione che possa fare a meno di tutto il resto: TANTOMENO UN AUTOCTONO. Muito fejo isso homem, eu nao gosto! Grande jemp, mi hai riportato ancora una volta a casa, ti stringo forte dalla terra del sole perpetuo.i.
Maggio 12, 2008 alle 1:35 pm
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Il confronto è sempre utile…